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Jobs act, governo raddoppia congedo parentale. Ipotesi riordino della Cig: il limite a 24 mesi


Jobs act, governo raddoppia congedo parentale. Ipotesi riordino della Cig: il limite a 24 mesi

Fra le novità l’Agenzia unica ispettiva e il decreto che modifica i meccanismi per finanziare la cassa integrazione. Introdotto un “assegno di ricollocazione” per disoccupati per due anni. Ok al dl Enti locali, meno vincoli

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11 giugno 2015

ROMA – Stretta sulla durata della cassa integrazione che, per quella ordinaria e straordinaria, viene abbassata a 24 mesi in 5 anni . Tetto che può salire a 36 mesi se ‘abbinata’ alla solidarietà. Estensione, al contempo, di questi strumenti alle imprese con oltre 5 dipendenti. Queste alcune delle novità contenute nello schema di decreto legislativo sul riordino degli ammortizzatori sociali, in attuazione del Jobs act, che ha ottenuto l’ok del Cdm.

Il Consiglio dei ministri ‘ha approvato in via definitiva due decreti’ delega del jobs act ‘che avevano gia’ svolto il proprio iter parlamentare e quindi entreranno subito in vigore. “Conciliazione dei tempi di vita e di lavoro” e “disciplina organica dei contratti di lavoro e la revisione della normativa in tema di mansioni” sono i titoli dei due decreti legislativi attuati, come ha annunciato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al termine del Cdm. Altri quattro decreti sono stati approvati in via preliminare. Il Cdm ha introdotto un “assegno di ricollocazione” per disoccupati per due anni. Poletti ha inoltre annunciato che non è stato affrontato il tema del salario minimo.

Congedi, tempi di vita/lavoro. E’ stato dato dunque l’ok definitivo per allungare il tempo per fruire del congedo parentale facoltativo portandolo da 3 a 6 anni e da 8 a 12 anni di età del bambino rispettivamente per quello retribuito al 30% e per quello non retribuito, la cui durata resta comunque di 6 mesi. Inoltre si riduce da quindici a cinque giorni il periodo di preavviso al datore di lavoro. Prevista anche la possibilità di ‘trasformare’ il congedo parentale in part-time al 50%.

Agenzia unica per le ispezioni.  “Viene istituita l’Agenzia ispettorato del lavoro”, ha detto Poletti in conferenza stampa. “Per rendere più razionale” la lotta alle illegalità, ha precisato. Il nuovo organismo integrerà i servizi ispettivi di ministero del Lavoro, Inps e Inail. Si razionalizzerà la rete presente sul territorio e ciò determinerà anche dei movimenti a livello di personale. L’operazione dovrebbe anche portare a dei risparmi in termini di spesa pubblica.

Cassa integrazione, si cambia. Nel decreto sul riordino della normativa sugli ammortizzatori sociali, che ora andrà all’esame del Parlamento, si prevede, ha spiegato il ministro “la cosiddetta norma bonus-malus: la riduzione del 10 per cento dell’importo del contributo fisso alle imprese è stato sostituito da un contributo addizionale crescente in ragione alla durata dello strumento per disincentivare usi non coerenti”. La durata massima della cassa integrazione viene fissata in 24 mesi, che possono salire a 36 mesi con il ricorso alla solidarietà.
L’accesso alla cassa sarà esteso, a pagamento, anche alle imprese da 6 a 15 dipendenti, con diverse aliquote sul monte salari.

Agenzia nazionale occupazione. Verrà costituita l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, partecipata da Stato, regioni e province autonome, vigilata dal ministero del Lavoro. Si prevede anche il coinvolgimento delle parti sociali nella definizione delle linee di indirizzo generali dell’azione della nuova Agenzia, che avrà competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego, politiche attive e Aspi.

Controlli a distanza. Razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti burocratici in materia di lavoro, con particolare riguardo alle dimissioni in bianco e al Durc. Il tutto passando anche per i canali digitali, che avranno spazio anche in tema di controlli a distanza (a proposito si parla della possibilità per i datori di lavoro di sorvegliare sull’utilizzo di dispositivi tecnologici, come tablet e smartphone, a disposizione dei dipendenti).

Basta progetti. Sul riordino delle forme contrattuali si prevede il superamento dei contratti di collaborazione a progetto dal 2016 e dell’associazione in partecipazione. Si punta sul lavoro subordinato, che viene esteso anche alle attuali collaborazioni che però sono “esclusivamente personali”, continuative e che vedono l’organizzazione diretta del tempo e dei luoghi di lavoro. Per i voucher il tetto annuo passa da 5.000 a 7.000 euro. Riguardo alle mansioni, si prevede che, nei casi di ristrutturazione o riorganizzazione l’impresa potrà modificare le mansioni del lavoratore anche sul livello di inquadramento inferiore, senza modificare il trattamento economico, fatta eccezione per quello accessorio.

Salvi accordi già stipulati. Per gli accordi già stipulati, si chiarisce che i trattamenti straordinari di integrazione salariale fatti prima dell’entrata in vigore di questo decreto “mantengono la durata prevista”. Mentre per gli accordi conclusi e sottoscritti in sede governativa entro il 31 maggio 2015 “riguardanti casi di rilevante interesse strategico per l’economia nazionale che comportino notevoli ricadute occupazionali, tali da condizionare le possibilità di sviluppo economico territoriale, e il cui piano industriale abbia previsto l’utilizzo di trattamenti straordinari di integrazione salariale oltre i limiti previsti” in questo decreto, viene indicata la possibilità di proseguirne la durata, con l’istituzione di un fondo aggiuntivo di 90 milioni per il 2017 e 100 milioni per il 2018.

Padoan: ok dl Enti locali. Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto sugli Enti locali che “consente di riallocare risorse verso le Regioni e gli enti locali e di allentare i vincoli di Comuni, Province e città metropolitane rispetto al patto di Stabilità interno”, ha detto il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan al termine del Cdm. Padoan

fonte copiata dal sito della  Repubblica

http://www.repubblica.it/economia/2015/06/11/news/cdm_con_i_decreti_del_jobs_act_in_arrivo_i_nuovi_ammortizzatori_sociali-116595067/?ref=HREC1-3

Contratti di solidarietà, per 100mila lavoratori stipendio tagliato- Libero Quotidiano-


Solo per informazione…..

Articolo ripreso dal quotidiano Libero,

scritto da di Antonio Castro

 

LA MAZZATA DI INIZIO ANNO

Contratti di solidarietà,  per lOOmila lavoratori stipendio tagliato

 

Quasi 1OOmila lavoratori che hanno accettato il contratto di solidarietà  (o che ne firmeranno uno quest’anno), nella busta paga di gennaio 2015 scarteranno il “regalino” del governo Renzi: un taglio ulteriore della retribuzione del10%.1nsomma, porteranno a casa non il70% dello

stipendio (come nel 2014), ma solo il60%. In sostanza: né con la legge di Stabilità 2015, né con il decreto  Milleproroghe il governo  ha messo a bilancio le risorse per integrare i tagli di stipendio dei lavoratori che navigano (con ansia) nel mare magno dei contratti di solidarietà. Sarebbero serviti oltre un centinaio  di milioni per garantire l’integrazione (al 70%) degli stipendi decurtati. Al ministero del Lavoro, tutti presi dal parto (incompleto) del Jobs Act hanno fatto finta  di dimenticarsene. Cosa volete che sia: sempre  meglio che starsene a spasso. Il problema è che la decurtazione del10% si accompagna  già con un taglio del 30% dello stipendio. Morale nel 2015- salvo rinsavimento di Palazzo Chigi- oltre

1OOmila lavoratori che pagano la crisi in busta paga vedranno sparire l’integrazione al reddito del1O% garantita nel 2014. E non è la prima volta. Nel 2013 l’integrazione al reddito copriva per le aziende (oltre 2mila quelle che l’hanno  richiesta e attivata  presso il ministero del Lavoro), l’BO% dello stipendio perso.

 

La procedura del Cds- semplice e meno burocratica della mobilità o della cassintegrazione- prevede che azienda e sindacati si mettano d’accordo per ridurre lo stipendio. Di conseguenza al lavoratore vengono assicurati un certo numero di giornate libere in base alla percentuale di riduzione del compenso. li lavoratore resta “agganciato” all’azienda, l’impresa ottiene uno sconto sui contributi, e nessuno (almeno  per i 48/60 mesi che può durare  la Cds), viene licenziato. La solidarietà è tra i lavoratori che accettano tutti di ridursi lo stipendio per evitare licenziamenti. Peccato che dal 2009 ad oggi il ricorso alla solidarietà  sia letteralmente esploso. Secondo calcoli del ministero del Lavoro le aziende che hanno attivato la procedura sarebbero  oltre 2mila. Però ci sono grandi gruppi {come Telecom che ha messo in Cds oltre 32mila dipendenti). Morale se le statistiche dell’attuario dell’lnps parlano  di 31.156 lavoratori in Cds al 31 dicembre 2013, c’è da notare un boom  delle richieste.«Nell’ambito degli interventi straordinari», spiega un monitoraggio 2013 realizzato

proprio dal dicastero di Poletti,«stanno assumendo sempre maggior  rilievo i contratti di solidarietà, come strumento di difesa del livello occupazionale  aziendale attuato attraverso una riduzione dell’orario di lavoro degli addetti. Ai contratti di solidarietà si applicano, in linea di massima, le disposizioni normative che regolano  le integrazioni salariali straordinarie. l beneficiari di contratti di solidarietà, espressi in Ula (Unità lavorative anno, ndr), sono in crescita in tutto il periodo 2011-

2013; si passa dai 16.710 beneficiari del2011 a 31.156 del 2013, con variazioni annue del27,1% nel2012 e 46,7% nel

2013».

 

Peccato che il ministero di Paletti -che tanto  punta  con il Jobs Act proprio sul maggiore  utilizzo della Solidarietà  invece della costosa (per l’lnps) Cassintegrazione- trascuri il censimento mensile dei lavoratori in Cds. Anzi si preferisce adottare un calcolo Ula che falsa e mischia con altri ammortizzatori il fenomeno crescente della Cds. In soldoni i lavoratori in Solidarietà  invece di finire in Cig (a carico dello Stato), si autotassano per conservare la speranza di avere ancora un posto di lavoro. «Nel 2015», chiarisce l’Ufficio Studi Consulenti del Lavoro,«non è stata stanziata in alcun modo  la somma di 40 milioni di euro e dunque dal 2015 le aziende che hanno in corso un contratto di solidarietà, oppure stipulino a partire dal

1 gennaio  2015 un contratto simile, avranno  una integrazione del 60% e non del 70%». Resta da vedere se si tratti di una dimenticanza o di un intento premeditato per risparmiare. C’è da chiedersi poi se è questo il modello di welfare solidale che ha in mente Renzi. Lavorare meno, per guadagnare meno. Peccato che così, di certo, il Pii non decollerà.

 

di Antonio Castro


defribillatore

Un defibrillatore: da gennaio questi apparecchi saranno obbligatori nelle palestre

PISA. Dal primo gennaio la stragrande maggioranza di impianti sportivi pisani (e toscani in generale) rischia la chiusura fino a quando non si doterà di un defibrillatore semiautomatico esterno. Lo prevede la legge regionale n. 22 dell’8 maggio 2013 che, come si vede dalla data, ha concesso un ampio margine alle palestre e simili per mettersi a norma: all’articolo 9 si legge infatti che la decorrenza è l’inizio del 2015. Eppure i mesi sono passati invano, perché consultando i numeri dei grossisti di defibrillatori, sembra che meno del 7% degli impianti provinciali sia in regola.

Il dato a disposizione, in realtà è quello regionale: a norma è solo 4% degli oltre 5.500 impianti censiti; ma si arriva a quello locale aggiungendo anche un piccolo scarto di vendite da internet, di cui parliamo tra poco. Intanto va detto che abbiamo fatto una specie di sondaggio empirico: abbiamo chiamato le prime dieci palestre di Pisa che appaiono su Google e chiesto se avessero il defibrillatore, ottenendo solo due sì. Tutte le altre hanno dato risposte fra le più varie: ce se siamo scordati, stiamo valutando e altro ancora. La conversazione più bella? Abbiamo fatto presente che l’articolo 7 delle legge regionale stabilisce in modo esplicito: «L’inosservanza dell’obbligo di dotazione comporta la chiusura degli impianti sino all’adempimento». E l’interlocutrice ha concluso: «Ma il primo gennaio è tassativo o ci sarà la solita proroga?».

Passiamo ai due promossi che sono il “World Fitness” di via Garibaldi e la “Four Fitness” di via Cannizzaro. Quest’ultima ha voluto battere tutti i record di tempo, acquistando il defibrillatore a fine aprile del 2013, quando cioè si parlava di approvazione della legge regionale, ma non era ancora stato ufficializzato il voto in consiglio regionale.

E c’è di più: «Tutte le persone che sono interne alla palestra hanno svolto il corso per utilizzare il macchinario» scandiscono dalla direzione. In via Garibaldi, invece, il record è nella quantità: siccome hanno due numeri civici (quindi due ingressi distanti), di macchinari che salvano la vita in caso di arresti cardiaci ne hanno comprati due. Lo spunto è venuto dall’Asl che meno di un anno fa ha fatto un sopralluogo e ha determinato il numero di apparecchi. Come si calcola? Lo dice la legge (nazionale, stavolta) n. 120 del 3 aprile 2001 che stabilisce: «L’intervento di defibrillazione è efficace se erogato nei primi cinque minuti dall’insorgere del problema» al cuore. Quindi in una palestra il defibrillatore deve essere al massimo lontano due minuti e mezzo di corsa da qualunque punto, considerando che per fare avanti e indietro il tempo raddoppia. A proposito di leggi, non basta avere l’apparecchio: ci vuole la segnaletica adatta e tante altre accortezze. Ecco che limitarsi all’acquisto su internet non significa adeguarsi alla legge. Bisogna poi provvedere in proprio a tutte le installazioni richieste. Questo non significa che su internet barino, ma che la consegna del defibrillatore è solo una condizione necessaria e non sufficiente a evitare la chiusura.

 

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Lavoro, legge di Stabilità, crisi aziendali: le sfide dell’autunno caldo di Renzi


Lavoro, legge di Stabilità, crisi aziendali: le sfide dell’autunno caldo di Renzi

Renzi mostra ottimismo dopo il varo dello “sblocca Italia” e in vista dell’ok al “Jobs Act”. Ma l’autunno si presenta caldo: ai sindacati non piacciono riforma della PA, ipotesi di modifiche all’articolo 18, blocco degli stipendi pubblici e nuovo contributo “di solidarietà” sulle pensioni. Imprenditori e analisti temono che le risorse messe in campo per far ripartire i cantieri siano insufficienti. Andranno gestite oltre mille vertenze di grandi, medie e piccole aziende in crisi. E Draghi…

Lunedì, 8 settembre 2014 – 14:03:00

Di Luca Spoldi

Si preannuncia un autunno “caldo”, ricco di sfide per Matteo Renzi e il suo governo: da un lato la Bce di Mario Draghi ha appena “comprato tempo” azzerando virtualmente il costo del denaro e preannunciando un corposo programma di acquisto di Abs per cercare di rompere una volta per tutte il circolo vizioso della stretta sul credito (che però è in parte legata alle esigenze di riduzione della leva finanziaria che il quadro normativo europeo impone agli istituti di credito, in questi mesi sottoposti a un’accurata revisione della qualità dei propri asset proprio dalla Bce).

Dall’altro lo stesso Draghi è stato chiaro: “Non c’è nessuno stimolo monetario, o di bilancio, che possa rilanciare la crescita senza forti e decise riforme strutturali” ha ribadito il numero uno della Bce, aggiungendo che occorrerà usare “i margini del Patto Ue”, ossia la famosa “flessibilità” che Renzi invoca da mesi per riuscire ad avviare una manovra pro-crescita, “tagliando le tasse molto distorsive e tagliando la spesa più improduttiva”. E se Draghi ha evitato di indicare quali tasse siano più discorsive e quali spese siano più improduttive, è chiaro che per l’eurocrazia il recupero di efficienza delle economie del Sud Europa passa per una ricetta “spagnola” più che tedesca di forte riduzione del costo del lavoro (in teoria tramite una riduzione degli oneri fiscali, in pratica tramite un calo dei salari in termini reali che l’assenza di inflazione rende ancora più crudo ed evidente).

Una ricetta che peraltro sta già mostrando i propri limiti quanto a capacità di creare nuovi posti di lavoro nel caso, non improbabile, di perdurante assenza di domanda interna, tanto che nel secondo trimestre dell’anno il recupero del mercato del lavoro spagnolo si è già arrestato, con un tasso di occupazione fermo al 42,5% contro il 53,5% di fine 2007. Così puntare tutto sullo “Sblocca Italia” e sul “Jobs Act” potrebbe essere un rischio per Renzi, perché anzitutto le risorse necessarie per finanziare il nuovo sussidio universale di disoccupazione (previsto nel Jobs Act), così da offrire una rete di protezione sociale simile a quella tedesca sono importanti e finora nessuno ha detto dove sarà

possibile trovarle, mentre ogni volte che occorre trovare poche centinaia di milioni per rinnovare la cassa integrazione in deroga il governo suda freddo, tanto che non è improbabile pensare che ove realmente si varasse il sussidio universale di disoccupazione l’istituto della cassa in deroga finirebbe soppresso “per compensazione”.

Toccare il tema del lavoro vuol poi dire scontrarsi frontalmente coi sindacati, che già sono sul piede di guerra come dimostrano gli allarmi provocati in questi giorni dall’ipotesi di uno sciopero del pubblico impiego che la Cgil sembra pronto a “chiamare” (anche per non farsi scavalcare da movimenti spontanei dei lavoratori) se prenderà corpo l’ipotesi di semplicemente bloccare gli aumenti degli stipendi pubblici (figuratevi se un domani si balenasse l’idea di ridurre una o più componenti della busta paga). D’altra parte a Renzi potrebbe piacere andare allo scontro per presentarsi come il “campione del cambiamento” contro le “forze reazionarie” del paese che si limitano a difendere una rendita di posizione. Che poi gli stipendi (pubblici e/o privati) italiani siano o meno allineati a quelli europei, al netto della componente fiscale, e che vi sia un rapporto tra qualità della prestazione e compensi in linea con quelli medi europei nessuno sembra volerlo per ora prendere in considerazione.

Quanto allo “Sblocca Italia”, dietro al molto fumo rischia di esserci davvero poco arrosto: Renzi a fine luglio, prima dell’approvazione del decreto, dichiarava che il governo sarebbe stato pronto “dal primo di settembre”, a partire con “43 miliardi pompati” nelle infrastrutture, “una sorta di angioplastica nell’economia italiana” realizzabile “soltanto sbloccando i vincoli che ci sono”, quindi a rigor di sintassi senza doversi ulteriormente indebitare (così da non pesare sui rapporti deficit/Pil e debito/Pil e non inquietare la Ue). Presentando il provvedimento a inizio agosto lo stesso Renzi ha poi corretto il tiro spiegando come il decreto sbloccasse “cantieri, per grandi e piccole opere ferme e già finanziate sbloccabili con semplificazioni e interventi ad hoc”, attivando “risorse per 30 miliardi di euro” di cui “il 57% delle risorse sono private”, il che vuol dire che di risorse pubbliche ne sarebbero investite per 12,9 miliardi e 17,1 miliardi verrebbero dai privati.

A fine mese, il 29 agosto, Renzi aggiustava ancora le cifre: “si sbloccheranno opere per 10 miliardi in 12 mesi” e di queste saranno destinati “3,8 miliardi di euro ad opere cantierabili a strettissimo giro” (cifra che il giorno dopo in una

 

successiva battuta ai giornalisti, a Bruxelles, si è tramutata in “risorse superiori a 3 miliardi”). Prendendo per buoni i 3,8 miliardi che potrebbero essere immessi nel circuito economico già nei prossimi mesi viene da chiedersi quanto investimenti che corrispondono a meno dello 0,3% del Pil italiano possano realmente innescare un circolo virtuoso in grado di riassorbire una disoccupazione salita a fine luglio al 12,6% (ma pari al 42,9% nel caso dei giovani con meno di 25 anni) .

Anche perché non mancano critiche di merito sul fatto che sia poco sensato nel 2014 investire ancora prioritariamente in infrastrutture “pesanti” come autostrade e viadotti, quasi fossimo ancora negli anni Settanta, e non in innovazione tecnologica e formazione, punti su cui più pesanti sono i dubbi della comunità economica mondiale, come emerso anche dall’ultimo Global Competitiveness Report del World Economic Forum che conferma l’Italia al 49 esimo posto tra 144 paesi per quanto riguarda la competitività globale, ma la piazza al 106 esimo posto per la qualità dell’istruzione, al 134 esimo per la pressione fiscale e addirittura al 136 esimo per l’efficienza del mercato del lavoro.

Non mancano poi ulteriori fronti caldi, dalle oltre mille crisi aziendali le cui trattative sono già sui tavoli dei competenti ministeri (dall’Ilva di Taranto all’Alcoa di Portovesme, dalla vertenza sugli esuberi di Coca Cola Hbc Italia a quelle per le crisi di De Tomaso, Innovis e Agile, solo per citarne alcune) alle critiche già espresse dai sindacati alla legge 114/2014 che ha convertito il “decreto Madia” sulla riforma della pubblica amministrazione (ma non solo), mentre già si profila l’ennesima battaglia attorno alle eventuali modifiche dell’articolo 18 che l’Ocse (che da parte sua vede la disoccupazione crescere in Italia al 12,9% entro fine anno) continua a ritenere necessario per tornare a far crescere l’occupazione.

 
Il tutto senza dimenticare che entro il 15 ottobre occorrerà mandare a Bruxelles le linee guida della prossima Legge di Stabilità, per la quale si parla da mesi dell’ennesimo “intervento correttivo”, tra tagli alle spese e nuove imposte (non è escluso un nuovo “contributo di solidarietà” sulle pensioni di importo più elevato), tra i 20 e i 30 miliardi di euro. Più che di “in bocca al lupo” Renzi potrebbe aver bisogno di un parafulmine robusto, visto le nubi temporalesche che si profilano all’orizzonte per quest’autunno

 

Riportato dal sito:

http://www.affaritaliani.it/economia/renzi-autunno-caldo080914.html


80 euro in busta paga: come funziona?

Il governo Renzi ha deciso per il bonus di 80 euro che arriverà nelle buste paga a partire da maggio. Per ora si limita al 2014.

Il giorno 23 aprile 2014 è stato approvato il decreto che porterà un aumento di 80 euro in busta paga

a partire dal mese di maggio. Inoltre, è stata pubblicata la relazione tecnica che spiega il funzionamento dell’aumento.

Al momento si tratta di un bonus valido solamente per l’anno 2014, mentre il governo ha promesso che la misura

diventerà strutturale dal 2015.

Chi riceverà il bonus?

Questi 80 euro verranno erogati ai lavoratori dipendenti o assimilabili con un reddito tra i 8.145 e i 26 mila euro,

dato stimato in circa 10 milioni di persone. Il bonus non riguarderà nè i circa 3 milioni di italiani che guadagnano meno di 8.145 euro, nè i pensionati.

Il totale del bonus riguardante il 2014 è di 640 euro; per i redditi annui tra i 24 e i 26 mila euro il bonus si assottiglia fino ad azzerarsi.

Come funziona?

Su lavoce.info Simone Pellegrino e Alberto Zanardi hanno spiegato i dettagli del decreto approvato.

Dal governo è stato definito come un “credito di imposta” ma è una descrizione che gli economisti non trovano corretta. In realtà, è proprio uno sconto una tantum che non porta delle modifiche strutturali all’IRPEF, che viene utilizzata solamente come parametro per decidere a chi spetta il bonus o meno.

Pro e contro

In settimana diverse figure hanno commentato il decreto approvato dal governo Renzi.

Pellegrino e Zanardi sostengono che la scelta di non modificare i parametri dell’IRPEF sia positiva. La questione riguardante le coperture è ancora incerta e le risorse saranno recuperate nel corso di quest’anno. Introdurre il bonus come misura strutturale sin da subito avrebbe potuto creare problemi per il rifinanziamento nel 2015.

Ci sono però anche degli aspetti negativi: infatti, le categorie che guadagnano meno di 8.145 mila euro non riceveranno alcun bonus mentre invece, ad esempio, sono sufficienti 8.146 euro per ottenere l’intero bonus. Gli economisti sostengono che forse sarebbe stato più efficace trovare un metodo che garantisse l’erogazione del bonus in maniera più graduale. Lo stesso vale anche al contrario, cioè per i lavoratori con redditi tra 24 e 26 mila euro, che magari verranno disincentivati a fare qualche ora di straordinario pur di ottenere il bonus. Inoltre, non ci sono differenze di bonus tra un lavoratore single o con famiglia a carico.

fonte: ilpost.it