Lavoro, legge di Stabilità, crisi aziendali: le sfide dell’autunno caldo di Renzi


Lavoro, legge di Stabilità, crisi aziendali: le sfide dell’autunno caldo di Renzi

Renzi mostra ottimismo dopo il varo dello “sblocca Italia” e in vista dell’ok al “Jobs Act”. Ma l’autunno si presenta caldo: ai sindacati non piacciono riforma della PA, ipotesi di modifiche all’articolo 18, blocco degli stipendi pubblici e nuovo contributo “di solidarietà” sulle pensioni. Imprenditori e analisti temono che le risorse messe in campo per far ripartire i cantieri siano insufficienti. Andranno gestite oltre mille vertenze di grandi, medie e piccole aziende in crisi. E Draghi…

Lunedì, 8 settembre 2014 – 14:03:00

Di Luca Spoldi

Si preannuncia un autunno “caldo”, ricco di sfide per Matteo Renzi e il suo governo: da un lato la Bce di Mario Draghi ha appena “comprato tempo” azzerando virtualmente il costo del denaro e preannunciando un corposo programma di acquisto di Abs per cercare di rompere una volta per tutte il circolo vizioso della stretta sul credito (che però è in parte legata alle esigenze di riduzione della leva finanziaria che il quadro normativo europeo impone agli istituti di credito, in questi mesi sottoposti a un’accurata revisione della qualità dei propri asset proprio dalla Bce).

Dall’altro lo stesso Draghi è stato chiaro: “Non c’è nessuno stimolo monetario, o di bilancio, che possa rilanciare la crescita senza forti e decise riforme strutturali” ha ribadito il numero uno della Bce, aggiungendo che occorrerà usare “i margini del Patto Ue”, ossia la famosa “flessibilità” che Renzi invoca da mesi per riuscire ad avviare una manovra pro-crescita, “tagliando le tasse molto distorsive e tagliando la spesa più improduttiva”. E se Draghi ha evitato di indicare quali tasse siano più discorsive e quali spese siano più improduttive, è chiaro che per l’eurocrazia il recupero di efficienza delle economie del Sud Europa passa per una ricetta “spagnola” più che tedesca di forte riduzione del costo del lavoro (in teoria tramite una riduzione degli oneri fiscali, in pratica tramite un calo dei salari in termini reali che l’assenza di inflazione rende ancora più crudo ed evidente).

Una ricetta che peraltro sta già mostrando i propri limiti quanto a capacità di creare nuovi posti di lavoro nel caso, non improbabile, di perdurante assenza di domanda interna, tanto che nel secondo trimestre dell’anno il recupero del mercato del lavoro spagnolo si è già arrestato, con un tasso di occupazione fermo al 42,5% contro il 53,5% di fine 2007. Così puntare tutto sullo “Sblocca Italia” e sul “Jobs Act” potrebbe essere un rischio per Renzi, perché anzitutto le risorse necessarie per finanziare il nuovo sussidio universale di disoccupazione (previsto nel Jobs Act), così da offrire una rete di protezione sociale simile a quella tedesca sono importanti e finora nessuno ha detto dove sarà

possibile trovarle, mentre ogni volte che occorre trovare poche centinaia di milioni per rinnovare la cassa integrazione in deroga il governo suda freddo, tanto che non è improbabile pensare che ove realmente si varasse il sussidio universale di disoccupazione l’istituto della cassa in deroga finirebbe soppresso “per compensazione”.

Toccare il tema del lavoro vuol poi dire scontrarsi frontalmente coi sindacati, che già sono sul piede di guerra come dimostrano gli allarmi provocati in questi giorni dall’ipotesi di uno sciopero del pubblico impiego che la Cgil sembra pronto a “chiamare” (anche per non farsi scavalcare da movimenti spontanei dei lavoratori) se prenderà corpo l’ipotesi di semplicemente bloccare gli aumenti degli stipendi pubblici (figuratevi se un domani si balenasse l’idea di ridurre una o più componenti della busta paga). D’altra parte a Renzi potrebbe piacere andare allo scontro per presentarsi come il “campione del cambiamento” contro le “forze reazionarie” del paese che si limitano a difendere una rendita di posizione. Che poi gli stipendi (pubblici e/o privati) italiani siano o meno allineati a quelli europei, al netto della componente fiscale, e che vi sia un rapporto tra qualità della prestazione e compensi in linea con quelli medi europei nessuno sembra volerlo per ora prendere in considerazione.

Quanto allo “Sblocca Italia”, dietro al molto fumo rischia di esserci davvero poco arrosto: Renzi a fine luglio, prima dell’approvazione del decreto, dichiarava che il governo sarebbe stato pronto “dal primo di settembre”, a partire con “43 miliardi pompati” nelle infrastrutture, “una sorta di angioplastica nell’economia italiana” realizzabile “soltanto sbloccando i vincoli che ci sono”, quindi a rigor di sintassi senza doversi ulteriormente indebitare (così da non pesare sui rapporti deficit/Pil e debito/Pil e non inquietare la Ue). Presentando il provvedimento a inizio agosto lo stesso Renzi ha poi corretto il tiro spiegando come il decreto sbloccasse “cantieri, per grandi e piccole opere ferme e già finanziate sbloccabili con semplificazioni e interventi ad hoc”, attivando “risorse per 30 miliardi di euro” di cui “il 57% delle risorse sono private”, il che vuol dire che di risorse pubbliche ne sarebbero investite per 12,9 miliardi e 17,1 miliardi verrebbero dai privati.

A fine mese, il 29 agosto, Renzi aggiustava ancora le cifre: “si sbloccheranno opere per 10 miliardi in 12 mesi” e di queste saranno destinati “3,8 miliardi di euro ad opere cantierabili a strettissimo giro” (cifra che il giorno dopo in una

 

successiva battuta ai giornalisti, a Bruxelles, si è tramutata in “risorse superiori a 3 miliardi”). Prendendo per buoni i 3,8 miliardi che potrebbero essere immessi nel circuito economico già nei prossimi mesi viene da chiedersi quanto investimenti che corrispondono a meno dello 0,3% del Pil italiano possano realmente innescare un circolo virtuoso in grado di riassorbire una disoccupazione salita a fine luglio al 12,6% (ma pari al 42,9% nel caso dei giovani con meno di 25 anni) .

Anche perché non mancano critiche di merito sul fatto che sia poco sensato nel 2014 investire ancora prioritariamente in infrastrutture “pesanti” come autostrade e viadotti, quasi fossimo ancora negli anni Settanta, e non in innovazione tecnologica e formazione, punti su cui più pesanti sono i dubbi della comunità economica mondiale, come emerso anche dall’ultimo Global Competitiveness Report del World Economic Forum che conferma l’Italia al 49 esimo posto tra 144 paesi per quanto riguarda la competitività globale, ma la piazza al 106 esimo posto per la qualità dell’istruzione, al 134 esimo per la pressione fiscale e addirittura al 136 esimo per l’efficienza del mercato del lavoro.

Non mancano poi ulteriori fronti caldi, dalle oltre mille crisi aziendali le cui trattative sono già sui tavoli dei competenti ministeri (dall’Ilva di Taranto all’Alcoa di Portovesme, dalla vertenza sugli esuberi di Coca Cola Hbc Italia a quelle per le crisi di De Tomaso, Innovis e Agile, solo per citarne alcune) alle critiche già espresse dai sindacati alla legge 114/2014 che ha convertito il “decreto Madia” sulla riforma della pubblica amministrazione (ma non solo), mentre già si profila l’ennesima battaglia attorno alle eventuali modifiche dell’articolo 18 che l’Ocse (che da parte sua vede la disoccupazione crescere in Italia al 12,9% entro fine anno) continua a ritenere necessario per tornare a far crescere l’occupazione.

 
Il tutto senza dimenticare che entro il 15 ottobre occorrerà mandare a Bruxelles le linee guida della prossima Legge di Stabilità, per la quale si parla da mesi dell’ennesimo “intervento correttivo”, tra tagli alle spese e nuove imposte (non è escluso un nuovo “contributo di solidarietà” sulle pensioni di importo più elevato), tra i 20 e i 30 miliardi di euro. Più che di “in bocca al lupo” Renzi potrebbe aver bisogno di un parafulmine robusto, visto le nubi temporalesche che si profilano all’orizzonte per quest’autunno

 

Riportato dal sito:

http://www.affaritaliani.it/economia/renzi-autunno-caldo080914.html

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